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Un Miserabile alle sfilate modaiole di Milano

di GIUSEPPE GENNA

Come chiunque sa (anche il guardiano notturno del garage di via Ripamonti, che ha un cane unto di olio per auto, indolente ma ferocissimo. Si chiama Nugnez, il cane.), a Milano sfilano le modelle su delle passerelle con dei vestiti cuciti da delle ditte che si chiamano stilisti. Ciò richiama molta pubblica attenzione: giornalisti, blogger, buyer, concorrenti. E una vasta comunità internazionale che ruota attorno a un perno fondamentale del sistema economico italiano.
In questi giorni, sto partecipando a molte sfilate, in qualità di inviato particolare (in quanto profano della materia) per una grande testata. Sono totalmente inesperto di questo universo parallelo. Oggi ho assistito a una sfilata e adesso cerco, in forma diaristica e sospesa, di comunicarvi spezzoni percettivi che non riesco a ridurre a unità organica. La cosa più bella che sia mai stata scritta circa modelle&passerelle sta nei Canti del caos di Antonio Moresco: queste sagome che esulano dal fenomeno umano vengono scartavetrate fino alle ossa, mentre incedono sotto i riflettori, cantando il proprio annullamento fisico, preparandosi a divenire sagome di aria morta nell’aria. In pratica, dovrei copiare la splendida prosa di quel Moresco, per concedere a chi sta leggendo una pallida idea che emuli quanto ho visto (o: non ho visto) e sentito, seduto su un cubo a bordo pista, mentre sfrecciavano avanti e indietro le medesime fisionomie. Qui, però, non si fa letteratura: vero?

Prima è successo ciò che è normale che accada.
In un luogo compressi, questi corpi femminili anodini o elettrizzati, composti in una lega metallica e poi siliconata quasi, vengono allineati davanti a specchi lucenti, attraggono rifacitori che pittano, ombreggiano, incidono i volti. Larghissimi zigomi siberiani, ucraini, ossature facciali abnormi e larghissime, il cranio slavo eccelso e ricoperto di gomma grassa ed epidermide plasticata, resa opaca dal trucco.
Qui sta il trucco.
Dentro un enorme Trucco, che è il mercato, sta un trucco, che è l’ostensione rituale e bistagionale di corpi vestiti in maniera esotica, e dentro quel trucco i corpi e le facce sono truccati. Chi trucca sono professionisti a volte indistinguibili dai corpi che truccano. Omosessuali di colore che ridono forzosamente, controllandosi nello specchio, scrutando la dentina (se per caso non sia eccessiva). Ex modelle o fallite tali che si occupano della cura delle mani. Le mani: affusolatissimi arti che farebbero gridare alla mutazione genetica in corso, se non fossero armi morbide, artigliate e che artigliano la stoffa dei sogni. Molti a scolpire le capigliature, vagamente tirolesi. Un capocoiffeur abbigliato da contadino canadese o cool hunter anni Novanta. Gli anni Novanta premono ovunque: poi è giunta la Crisi e la percezione generalizzata è un tremito che scuote vibratile l’aria, la preoccupazione dei giornalisti per la presenza dei blogger e di voraci piranha giovanissimi, pronti a trasformare il Mercato in assenza di modelli di Mercato.

Spezzoni di dialoghi aerei, volatili, immemorabili.
“Da Mondadori hanno tagliato 600 persone, i magazine però forse stanno riprendendo…”
“Il mercato non regge, ma qui i fatturati salgono…”
“Hanno inaugurato vogue.it…”
“La donna aggressiva, che non si faccia soverchiare non solo dai maschi, ma internazionalmente…”
“Inoltre, se scrivo una didascalia, oramai vale quasi più di un articolo, per il crollo dell’attenzione…”
“Qui si respira calma…”
“Metto un’ombra marrone, ma con un prodotto naturale, per accentuare la profondità del cristallino…”
“Sono scioccata dai blogger…”
“Datemi una mela, voglio mordere una mela”.
Una donna ultraumana addenta una mela: un morso fatale, poi lancia in un cestino il corpo del frutto, non succoso.

La feritoia delle quinte, verso l’abbaglio accecante della passerella. Qui i corpi trapassano: in una fessura neonatale.
Qui la natura muta.

Gli ospiti, gli addetti ai lavori, i detentori di verità provvisorie, gli antiumanisti, i compratori, gli orientali del Far East, le mummie botulinizzate, i direttori, gli organizzatori, le spie industriali, gli anonimi inviati dei competitor, i vip, i personaggi apparenti ma privi di patente, gli imbucati, gli uomini biondi dalla capigliatura a forma masai tenuta a bada da cerchietti di grafite, le tedesche alte e robuste che prendono appunti quando non c’è ancora nulla da appuntare, i sales e i buyer, quelli che chiedono assessment ai partner, addirittura due bambine ottenni, indossatrici invecchiate, vecchie glorie della tv, veline e postulanti per conto di videocamere amatoriali, narcisi del web e blogger troppo competenti, tre nani giapponesi, tre che sembrano i gormìti, ex direttrici gossipare, finanzieri evidentemente lubrichi, videoartisti che frequentano locali lounge, americani invitati dalla maison in quanto grandi acquirenti, marketeer e trend solver, neocronisti internet e pierre, compagni colossali di minuzie femminine vestite in abiti magri serali, tristi uomini soli in postura da angeli dureriani melanconici, macrocefali e idropisiaci, urticanti pettegole, studentesse che vedono profilarsi la carriera – e me.
Tutti seduti su cubi.
Al centro, la passerella luminosa, numinosa.
Al termine di questa, una parete umana: di fotografi stipati uno sopra l’altro, compressi, un muro umano perlomeno alto quattro metri e sopra di loro una griglia di trenta fari che di colpo

si accendono
e la colonna sonora negroide ferocissima ulula a un insostenibile volume, ritmando

in asincrono esce la prima modella, è una macchia di luce indistinta a trenta metri di orizzonte da me, proviene dalla luce, cammina nella luce, sta andando verso la luce, mentre impazzano i flash a mitraglia dei fotografi, eccola, il collo da zebra con il bacino osteo spostato in avanti di almeno venti centimetri e la schiena piegata all’indietro, eccola a due metri da me, nell’etere, in questa sostanza filamentosa fatta di luminosità viscosa, abbacinante eppure tetra, eccola che incede, la falsa emulazione di una nefertiti venuta da pianori kazaki, la capigliatura è una trama di fili luminosi, gli occhi irradiano luce, i movimenti asincroni rispetto alla musica che batte un ritmo preistorico, indecente, e la modella è una macula fosforescente, un antiglaucoma fosforeo e sta per raggiungere il termine estremo della passerella

questo territorio limitato, lineare, pericolosissimo: gladiatorio

e ruota all’indietro, flessibile, con fare pneumatico, mostrando l’altra guancia alle centinaia di donne che invidiano questo corpo oblungo e ossuto, questo titanio umano che pendola tra l’abisso luminoso sotto i suoi piedi e l’abisso lugubre e buio sulla sua testa aliena, deformata dalla capigliatura che fluttua nell’aria condizionata e a un preciso passo

incrocia la seconda modella

la quale incede al medesimo passo di colei che l’ha preceduta e la incontra in controsenso, nel clamore della batteria di bonghi neanderthaliani con cui percuotono i padiglioni auricolari, io riprendo tutto, vedo tutto, vi sto offrendo me stesso in questa visione non originale, stravista e metabolizzata, io non mi sorprendo più di nulla e nemmeno voi, eccovi, arguite dalla vostra assenza la reale caratura del privilegio di essere qui, a osservare l’anca metallica e onirica che sembra staccarsi della seconda modella, la capigliatura in crocchio eccessivo che sembra fare crollare all’indietro l’intero peso del capo come se uno sparo avesse raggiunto la fronte, fracassando l’occipite, e già cadavere quel corpo femminino lungo e disarticolato stesse camminando verso un tunnel buio forato dalla luce e dalle aspettative, mentre dagli spalti uno shangai di sguardi rimane sospeso nell’aria densa e atrofica, tutti i vizi umani compressi nelle aste dolenti e dure di quegli sguardi (l’invidia, l’iracondia, l’orgoglio, il disamore, l’accidia, la saccenza, la frode, la lussuria, l’avidità più avara), e intanto a ogni modella

corrisponde l’arrivo della modella successiva

per un arco incalcolabile di tempo, io qui inviato in questa atmosfera non respirabile, inadatta all’umano che sono stato, qui apparso e scomparso in un battito di ciglia, le ciglia lunghissime delle extraplanetarie modelle di colore, anch’esse luminescenti fino all’impossibile, acquee, glomeruli che si ovoidalizzano, mentre la musica avanza le sue tonalità minacciose, semidivine senza toccare terra, questi corpi traslati in sepolcro, questi sepolcri imbiancatissimi.

Così, in Balzac, in Zola, davanti alla lumescenza delle monete: i Rothschild abbarbicati su pile di cambiali e di segmenti immateriali, che eiettano lucore aureo. Questa metafisica per niente solare. Questa astralità che ristà nel ritrovarsi a contatto dello spostamento di luce e di acqua, il crollo nell’aria.

Questa era la sfilata, lo è stata. Una forma compulsiva di sostituzione dei corpi, ognuno all’altro simile, delle dimensioni disumane e delle proprzioni agrressivamente disturbanti. L’applauso allo stilista è stato un crepitìo interessante nella prospettiva degli entomologi, che dovranno abituarsi ad applicare le loro analisi a noi umani.

Sono arrivate, insieme, abbigliate con il vestito indiscernibile per la troppa luce, quello dell’uscita precedente, tutte le modelle, a mo’ di esercito, di plotone, ritmato il passo in asincrono da un nuovo battito percussorio.

I vizi sono rientrati nelle fisionomie di chi ha guardato.
Una forma di oscenità che non è valutabile moralmente.
Ciò che sgomenta è l’esteriorizzazione di ciò che in ere precedenti fu interiore.

L’apocalisse dell’uscita in strada, dove non tutto ritorna normale.
Io rimango, inebetito, solo, come sempre solo, immedicabilmente attonito, accanto al motorino, sotto la pioggia di Milano.
Mi consegno a voi.

 

 

8 Commenti

  1. Per esserti accostato alle Muse Scarne con un approccio dissacratore, vivisezionando gli adepti e palesando progetti da collezionista d’icone tridimensionali nella tua memoria (con il chiaro intento di scodellarcele), il tutto aggravato dalla disdicevole ma sublime licenza di giocare a shangai con gli sguardi sforando nell’elencare tutti i peccati capitali… Giuseppe Genna noi dichiariamo d’essere stati in tua compagnia ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà: lo Scrittore Miserabile è tornato tra noi, scioccato ma indenne!

     

  2. Carlo Bagaglia, il tuo sguardo fa esistere, consolidando memoria e corpo, che per Porfirio sono la medesima proiezione a diversi livelli di densità. Mi onoro del tuo giudizio!

     

  3. Grazie, di tanto onore! Sai, il crocchio eccessivo della seconda modella da te descritto mi ha commosso fino alle lacrime e mi è sembrato, per un attimo, di sentire lo sparo: sto ancora ridendo!

     

  4. La verticalità oscillante in maniera disarmonica di questi esseri alieni , come se al posto delle articolazioni rotulee, clavicolari e sopratutto l’abduzione e l’adduzione del’acetabolo dell’osso femorale nell’anca , ci siano dei giunti meccanici oleopnuematici in teflon e alluminio , rendendo il gioco dello giogo articolare ,che la natura non ci ha donato a 360°, scomposto e a scatti come gli angoli di lavoro di un braccio robot saldante che contribuisco a far funzionare in uno stabilimento automobilistico per assemblare le parti di un automobile. Il miracolo è che questi giunti meccanici entrano in funzione solo sulla rampa di lancio verso l’ovvietà che è la passerella , come se sotto di essa ci sia un circuito magnetico che renda il tutto possibile come inclinare la testa all’indietro a questi esseri subumani che Giuseppe Genna ha miabilmente descritto . Una volta scese da da questo impianto tecnologico i giunti rotanti ridiventano gomiti , ginocchia ed anche . La modella che vediamo 8 minuti prima in camerino non è lo stesso essere che vediamo sfilare.
    I tacchi , il vertiginoso innalzarsi dei tacchi , dove l’aumento nel tempo e nella storia dei centimetri verso l’infinito somiglia alla filosofia e alla corsa dei primi del novecento degli architetti che sfidavano le leggi della statica e della gravità nel progettare i primi grattacieli.
    La musica a volte è bella, ma si trasforma in altra materia in quei contesti di pelle anodizzata , come libertango di piazzolla nello spot di un distillato alcolico, a me una volta caro (il tango) ascoltato in quella reclame si trasforma in bruciore di stomaco che il prodotto causa una volta bevuto.
    Giuseppe Genna , hai visto la sfilata anche con i miei occhi , grazie

     

  5. modelle androidi. per chi sfilano, mi chiedo? per chi si celebra questo rituale? forse principalmente per i testimoni invitati. e cosa vuol dire questo linguaggio? quanto ne arriva al pubblico ampio? e poi mi chiedo, e la vita reale delle modelle? ogni tanto ne vedo una in metro, vestita in modo approssimativo. e poi dove sono, dove vanno? non ne incrocio, in libreria, alle mostre, nei parchi, nei supermercati, nelle università. quasi fossero condannate dalla loro condizione extranaturale a una ghettizzazioe. quali squilibri o riassestamenti si produrrebbero se si mescolassero al mondo degli umani?
    ps: io di modella ne ho avuta una ospite a casa un mese. lavorava otto ore al giorno, sette giorni la settimana, e la sera si faceva dei piattoni di pasta all’amatriciana in pantofoloni… però era una travet degli showroom…

     

  6. Complimenti, Giuseppe per:
    1)il coraggio di negroide
    2) il salto di numinoso
    3) la chimica di non succoso
    4) la ritrattistica (nel senso di ritrattare) di natura (o matura) muta
    5) il cubismo di uno shangai di sguardi
    6) la vita della pioggia
    7) la letteratura non fatta (cioè non da passerella sniffante)

     

  7. Lei e quello sopra di lei siete il futuro di questa Ripubblica, signor Romeo Francesco…

     

  8. E’ un gran complimento che mi lusinga, pur tenendo conto della certezza che il futuro è comunque peggiore del presente, in questo come negli altri casi.

     

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